Il tribunale dell’Inquisizione si occupò con particolare zelo di talune località ed in particolare dell’alta Valle Staffora. Qui le tradizioni pagane ed idolatre erano particolarmente tenaci, ma non si richiamavano alle divinità del Pantheon romano, tanto è vero che mai si sono trovati simulacri degli "dei falsi e bugiardi". Erano caratterizzati, invece, da riferimenti al simbolismo celtico, quantomeno per la loro localizzazione nelle radure dei boschi.
Storicamente, la presenza celtica si è limitata alla bassa Valle Staffora, dove c’era la nazione dei Marici (che i Greci chiamavano Anamari) e non fu una permanenza di lunga durata; i Romani arrivarono già nel terzo secolo a.C. e conquistarono Casteggio, per realizzare un avamposto contro gli Insubri della Lombardia occidentale e porre una spina nel fianco ai Boi dell’Emilia, come ci assicurano circostanziate fonti storiche.
Suggeriamo, a chi non l’avesse ancora fatto, di visitare il museo archeologico di Casteggio, dove numerosi ed interessanti reperti documentano la vita dei nostri progenitori, ai tempi degli antichi Romani. Altrettanto meritevoli di attenzione, ma molto più limitati, sono i ritrovamenti relativi alla protostoria.
I Celti lasciarono rare tracce, in quanto erano poco propensi alle realizzazioni monumentali e perché la loro religione era più spirituale: raramente raffiguravano degli idoli. Erano molto legati ai simboli quali la pietra, la spada, la lancia e il calderone; non avevano templi e per i loro riti si ritrovavano nelle radure dei boschi.
Quando si affermò il cristianesimo, fu relativamente facile scalzare una religione fondata sulla narrazione fantastica, come quella greco-romana: nel momento in cui crollò il mito e gli idoli furono infranti, la fede nelle molteplici divinità perse ogni suo fondamento e non poté più reggersi. Una religione più immateriale, come quella dei Celti, fu in grado di resistere a ben altre avversità, perché legata a simboli, molto radicati tra la popolazione e difficili da estirpare.
La lotta contro questi emblemi fu lunga e tenace. I Concilii del quarto secolo condannarono più volte il culto delle pietre, delle fonti e degli alberi; l’anatema fu ripetuto fino al settimo secolo, segno della persistenza dei culti, soprattutto lontano dalle città e nella parte alta delle valli. Ancora ai tempi dell’Inquisizione la questione non era del tutto chiusa, come sappiamo dalle cronache di Varzi e dobbiamo ritenere che localmente si conservarono a lungo delle tradizioni che affondavano le radici nella più remota antichità.

Medassino è da sempre al centro di una fitta rete di comunicazioni. A destra, si nota il campanile della chiesa di san Calocero.
Il toponimo Medassino, una frazione di Voghera, ha la radice "Med", che può far pensare ad un antico "Medhelanon", cioè ad una sacra radura dei Celti Anamari, formalmente equipollente a quel Mediolanum degli Insubri, dal quale prese origine Milano. La congettura è avvalorata dal fatto che queste importanti radure erano ubicate dove si incontravano importanti strade, e questo avveniva anche nella zona di Medassino, prima ancora che arrivassero i Romani.
Nella vicina località di Rivanazzano, nell’Età della Pietra si producevano asce levigate che venivano scambiate con ossidiana proveniente dalla Sardegna. Si deve dedurre che già allora esistessero percorsi idonei al trasporto di materia prima abbastanza pesante, su lunghe distanze. L’area di Medassino risulta popolata fin dall’Età del Rame (III Millennio a.C.) e al museo di Casteggio sono conservati tre scheletri umani ed una lama di pugnale in selce, ivi rinvenuti.
In età protostorica, qui passava quella via che i Romani chiamarono poi Postumia: s’intrecciava con una diramazione della Via Emilia. La sua frequentazione due mila anni fa è documentata dal ritrovamento di un peso da telaio e mattoni manubriati; alla Fornace Servetti (ad est del cimitero) è stata rinvenuta una necropoli con oggetti preromani e romani.
Iria (Vicus Iriensium, da cui "Voghera".) era ben evidenziata nell’Itinerario Peutingeriano, che documenta la viabilità ai tempi dei Romani.

La parrocchiale di Medassino: la chiesa è dedicata a Calocero, un santo spesso associato alla tradizione celtica.
Altro interessante indizio: la chiesa di Medassino è dedicata a san Calocero, un santo spesso collegato a simboli della tradizione celtica, in particolare al culto delle sorgenti. Talvolta il suo nome è stato utilizzato per dare un’impronta cristiana ad antichi simboli, non è però da escludere che il santo si sia effettivamente soffermato in questo sito. Calocero - in quanto cristiano - fu costretto a correre su un carro tirato da cavalli selvaggi, ma scampato al supplizio fuggì con lo stesso mezzo da Milano e si diresse ad Asti, che fu la prima tappa del suo cammino apostolico conclusosi ad Alberga, dove colse la palma del martirio.
Medassino si trovava su quel percorso. E ancora a Medassino potrebbero avervi fatto sosta le sue reliquie, allorché furono traslate da Albenga a Civate (LC), in età longobarda. La presenza, quantomeno simbolica, di santi nelle sacre radure celtiche è una costante ricorrente nella nostra tradizione, quasi che la loro presenza avesse il potere di purificare la memoria del sito. La tradizione dell’antica radura di Medassino proseguì fino al settimo secolo, conservando sostanziali riferimenti alla tradizione celtica, che trovò un rifugio nelle foreste, dove fu più difficile debellarla.
La Valle Staffora sentì l’influenza del vicino monastero di Bobbio e del suo fondatore San Colombano, un irlandese, che aveva assimilato un’incorrotta tradizione celtica. Colombano godette della stima di Agiulfo e della regina Teodolinda e il monastero aveva beni anche nell’agro vogherese, tra questi: Medassino. Al posto di san Colombano, morto nel 615, era succeduto in quell’anno medesimo l’abate Attala, Borgognone.

Itinerario Peutingeriano: una antichissima mappa che riporta alcuni percorsi, (estratto della zona attorno a Iria = Voghera)
Saremmo indotti a pensare che Attala non volesse (o non potesse) permettere una benevola tolleranza verso tradizioni poco ortodosse, che non incontravano l’approvazione del vescovo di Tortona, a causa di quanto restava della tradizione dell’antica radura a Medassino. Per maggiore oggettività riprendiamo le parole di Filippo Lodi, un attento studioso che nel libro "Storia di Voghera" ricorda:
«Attala, trovandosi molestato dal vescovo di Tortona, che ambiva di estendere la sua giurisdizione anche su quel monastero, nel 627 gli spedì, in qualità di ambasciatore per risolvere il litigio, certo monaco Meroveo.
Ed a riguardo di ciò, il beato Giona nella "Vita di Colombano", racconta che essendo quel monaco di passaggio per Voghera diretto a Tortona, un giorno gli prese vaghezza di recarsi fuori di porta Pareto (o Sant’Andrea, che era sull’attuale Via Plana, all’incrocio con Via Matteotti a nord di Voghera, vicino a Medassino). Avendo quivi, non lungi dalle rive dello Staffora scoperto tra il folto di una boscaglia un tempio pagano, assalito da subitaneo zelo religioso vi appiccò il fuoco; ma sopraggiunsero in quel mentre i guardiani del tempio, lo presero e lo buttarono nel fiume, donde fu salvato per merito speciale e virtù di san Colombano. In concordanza del pietoso fatto, i buoni Vogheresi innalzarono dopo, nella località stessa dove avvenne, una chiesa cristiana».
Come sappiamo, il santuario nel folto di una boscaglia e la condanna dei sacrileghi all’annegamento, sono elementi tipici della tradizione celtica; possiamo affermare che l’eco dell’antico Medhelanon sopravvisse fino al settimo secolo.
La brutta avventura di Meroveo ebbe una conclusione felice, ma solo per rispetto alla memoria di san Colombano, il monaco irlandese tenuto in gran rispetto da druidi e cattolici: Medassino, da terreno di scontro, si trasformò in punto di incontro tra un’antica sapienza e la fede universale; ma con questo evento, l’ultimo Medhelanon aveva cessato di esistere: correva l’anno 627.
Gli usi e costumi precristiani, cacciati dalla bassa Valle Staffora, perdurarono ancora a lungo nell’alta Valle e favorirono quel clima di caccia alle streghe che caratterizzò la zona di Varzi, durante il periodo dell’Inquisizione.
… il monaco Meroveo, inviato a Tortona dal beato Attala, arrivò in quella città. L’affare per il quale era venuto avendolo condotto alquanto lontano dalla città, giunse ad un villaggio in riva al fiume Ira (ora: Staffora). Cammin facendo, vide un santuario pagano con degli altari attorno. Vi mise fuoco e accatastò una gran quantità di legna per formare una specie di pira. Quando i fedeli del santuario se ne accorsero, agguantarono Meroveo e lo bastonarono a lungo. Malconcio per i colpi ricevuti, cercarono di gettarlo nel fiume Ira. Ma l’acqua non osava ricevere il monaco, benché fosse senz’altro pronto a morire per una causa siffatta. Vedendo che non potevano sommergerlo, perché la misericordia del Signore lo custodiva, ebbero un’idea che risultò inutile. Coricarono Meroveo sull’acqua e gli ammassarono sopra della legna, perché l’immane peso lo facesse sprofondare sott’acqua. Pensando di aver consumato il loro delitto, lasciarono là quello che credevano essere un cadavere, e se ne tornarono a casa loro. Quando furono partiti, Meroveo, non avvertendo alcun disturbo, si levò ed uscì indenne dal fiume. Liberatosi dai lacci, entrò sano e salvo in Tortona, poi prese la via del ritorno e raggiunse il monastero.
Breve nota biografica sull'autore
Giorgio Fumagalli è nato a Milano nel 1939, dove si è laureato in ingegneria; ha lavorato nel settore siderurgico ed attualmente è insegnante di matematica.
Opera attivamente, per il recupero della memoria celtica:
- collabora con quotidiani e riviste specializzate, proponendo articoli sulla storia dei Celti, spesso frutto di ricerche originali;
- da qualche anno organizza una circoambulazione denominata "Buon Compleanno, Milano": si tiene in novembre, il primo giorno del calendario celtico, probabile data di fondazione di Milano; il giro si snoda attorno al sito dove sorse un Medhelanon dei Celti, il primo nucleo della città,
- nel 1998, ha scritto, per "Quaderni Padani", editi dalla Libera Compagnia Padana: "La Rosa rifiorita, Storia romanzata della lotta dei Galli cisalpini";
- nel 2006, ha scritto "Milano celtica e i suoi cittadini", pubblicato dalla Casa Editrice Primordia di Milano e ripubblicato nel 2008;
- dal 2005 collabora col Gruppo Archeologico Milanese per la realizzazione della Carta del Rischio Archeologico, di Rivanazzano (PV), richiesta dal Comune.