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Mons. Alfredo Angeleri, un esempio da imitare |
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Pubblicato da Carlo Marenzi
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martedì 14 agosto 2007 |
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Pagina 2 di 2 Mi sovvengono in questo momento diversi episodi di vero incombente pericolo vissuti insieme con lui. Non desidero neanche accennarli perché raccontati dopo sessant’anni non sarebbero credibili, anche se molte pubblicazioni ne parlano. Ma esiste una grande diversità dal vivere sulla propria pelle certi crudeli avvenimenti e leggerli descritti per una semplice ricerca storica. Ma un episodio dove l’Arciprete è stato coinvolto lo debbo raccontare. In quegli anni era parroco a Nivione Don Pierino Cristiani, ex Cappellano militare in quel di Cuneo e poi dopo l’8 Settembre 1943, Cappellano dei partigiani. Poiché l’inverno 1944-45 fu durissimo, durante i primi mesi del ‘45 tutte le brigate partigiane si sfasciarono, ognuno pensando a salvare se stesso. Anche il Cappellano raggiunse una meta al sicuro. Casualmente vengo a sapere che lui è ricercato dai Tedeschi con sentenza di morte dove lo trovano. Devo avvisarlo a tutti i costi. Ma posso solamente fargli pervenire, da mano sicura, un biglietto. Dopo alcuni giorni lo catturano con il mio scritto in tasca. Lunedì 26 febbraio vengo prelevato in canonica alle 6 del mattino. Sono accompagnato da un plotoncino di Tedeschi con fucili spianati alla mia schiena. Al comando vedo don Pierino legato mani e piedi ad una sedia e con gli abiti strappati, segno di percosse. Finirà poi a Milano nel carcere di S. Vittore. Per me ci sono due ore di interrogatorio e poi vengo isolato e piantonato per sei giorni. Sono agli arresti come spia. So cosa riserva il codice militare di guerra in simili casi. Penso a tutte le persone, di qualsiasi tendenza politica che in quei mesi ho aiutato con mio rischio e quelli cui ho salvato la vita. Sono certo che qualcuno prenderà le mie difese. Speranza vana. Nessuno! Si muove solo l’arciprete, lui, sì! Al sesto giorno di prigionia vengo chiamato e condotto al comando, mi mettono al centro di una grande sala, ho di fronte un lungo tavolo con seduti al centro un ufficiale tedesco, alla sua destra vedo l’arciprete pallidissimo e con espressione cadaverica, altri ufficiali tedeschi a destra e a sinistra. L’ufficiale al centro ha sotto gli occhi il fascicolo col mio interrogatorio e mi contesta una frase. Immediata la mia risposta serena e tranquilla. Con sorpresa si alza in piedi, saluta l’arciprete e saluta anche me dicendomi “libero”. L’emozione dell’arciprete è superiore alla mia. Percorriamo via Grandi senza dire una parola, sono le undici e trenta, le poche persone che incontriamo si fermano silenziose a guardarci con le lacrime agli occhi. Nel primo pomeriggio, passata l’emozione si riempie la canonica e sollevati si fa festa. Tutti riconoscenti verso l’arciprete. Finì anche la guerra. Rimasi a Varzi ancora qualche anno. Un giorno si celebrò una festa al convento dei Cappuccini. Si era in molti. Circolò la frase “facciamo monsignore l’arciprete”. Tutti d’accordo. Si procede ad una sottoscrizione, la si presenta al Vicario Generale che approva e appoggia la domanda al Vescovo Mons. Melchiori, arriva la nomina. Non ricordo in quale domenica si celebrò con solennità e cordialità generale di tutta la parrocchia questa nomina per il carissimo arciprete che veniva premiato del suo zelo, della sua pazienza e delle sue sofferenze determinate dagli eventi perigliosi degli anni appena passati. Anche negli anni successivi, lontano da Varzi gli ho sempre manifestato la mia ammirazione e riconoscenza. Rividi “Monsignor Alfredo Angeleri”, per me sempre e solo “l’Arciprete”, l’ultima volta, in ospedale a Voghera. Nonostante colpito da paralisi ci fu un abbraccio. E fu l’addio.Tratto da L’eco di S. Germano Bollettino della Parrocchia di Varzi Fondato nel 1958 Anno L – n.2 Aprile 2007
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Ultimo aggiornamento ( mercoledì 10 settembre 2008 )
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