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Pagina 1 di 2 A cinquan’tanni dalla sua dipartita, 28 marzo 1957, vogliamo ricordare l’Arciprete Mons. Alfredo Angeleri, pastore stimato ed amato di Varzi per 37 anni. Il suo ricordo vive ancora nella memoria degli anziani varzesi, la sua signorilità e la sua fede è ancora impressa nel cuore di molti. Abbiamo chiesto all’ottantasettenne don Tino Padrini, in quegli anni curato a Varzi, oggi parroco a Borghetto Borbera, di tratteggiarne per noi un ricordo.
L’Arciprete don Alfredo Angeleri è stato per me una figura fortemente impressa nella mia memoria. Giovane sacerdote giunsi a Varzi in pieno inverno e nel periodo politico più travagliato vissuto durante l’ultima guerra. Non nascondo d’esservi arrivato pieno di incertezze. Dalla stazione mi inoltrai per la strada selciata, incontrai poche persone, sorpassai una chiesa, poi un caffè, un’altra chiesa, passai sotto un arco e finalmente la Parrocchia. Sapevo che la canonica era a destra. Suonai il campanello e pensai di dover attendere qualche minuto. Invece la porta si aprì subito e comparve l’arciprete con un bel sorriso. L’accoglienza non poteva essere più calorosa e soddisfacente. Mi accompagnò in camera indicandomi i pochi spazi a me destinati. Poi in sala aprì la credenza facendomi scegliere il liquore a me più gradito. Compresi subito che era abituato ad una certa signorilità. Ma il discorso si fece serio quando si parlò della situazione religiosa e politica varzese. Di quel discorso abbastanza lungo non ricordo nulla tranne le sue molte preoccupazioni. Durante la prima serata, a luci oscurate per il coprifuoco, ci sedemmo a metà della scala che dal condominio sale al piano superiore, come due persone di vecchia conoscenza. Mi confessò di essere temperamento pauroso e che riteneva quel posticino a metà scala, tra due mura solide, il più sicuro. Verso le ore 22 avvertimmo il passaggio di un aereo e l’arciprete mi spiegò che si trattava di “Pippo” l’aereo che riforniva sui monti le prime formazioni partigiane che andavano rapidamente organizzandosi. A quell’epoca si celebrava la Messa al mattino, quindi in piena luce, lui la prima Messa, io la seconda. L’Arciprete era uomo di profonda pietà; si fermava lungamente a pregare inginocchiato sui gradini, appoggiato sulla balaustra. Per questo ebbe un malanno alle ginocchia che dovetti curare per alcuni mesi. La prima parte del breviario si recitava quasi sempre insieme. Ci dividevamo per la meditazione. Anche le cerimonie le voleva eseguite a puntino. Aveva voce ed era intonatissimo. Pur seguendo un suo particolare metodo conferiva ai canti e alle esecuzioni della sua cantoria solennità ed attenzione. Esistevano i quattro rami dell’A.C. e soprattutto i rami giovanili erano molto attivi. Sui problemi politici il paese era nettamente diviso, occorreva prudenza nel parlare e nell’agire. La frase che si trovava in tutti gli scompartimenti dei treni ancora in funzione <Taci, il nemico ti ascolta!> era esposta anche a Varzi in alcuni punti del paese dove il passaggio della gente era obbligatorio. L’anziano arciprete temeva per se stesso e per gli altri. Ogni episodio di violenza, e purtroppo ce ne furono molti, da qualunque parte avvenissero gli procuravano profonda sofferenza. In alcuni casi le autorità che avevano il controllo del paese ebbero bisogno della missione del sacerdote: o per interventi di pace o per scambi di prigionieri. Toccava intervenire quasi sempre a me, nonostante la mia giovane età e inesperienza. A conclusione di ogni intervento rientravo al più presto in canonica per sollevarlo da una profonda preoccupazione.
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