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Tumulto di popolo

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Nell'anno 1794, per salvaguardare il Braccio di San Giorgio, scoppiò tra la popolazione varzese una grave rivolta.
Era in atto la guerra tra il Governo Piemontese e quello Francese: Re Vittorio Amedeo III di Sardegna, onde poter affrontare la situazione e provvedere agli ingenti bisogni dello Stato, il 13 novembre 1793 emanò un decreto secondo cui ogni suddito avrebbe dovuto consegnare alla Regia Zecca, entro quattro mesi, tutti gli ori e gli argenti lavorati.
Era intenzione del Re di far rispettare tale consegna, che avrebbero dovuto comprendere anche le suppellettili di oro e di argento necessari al decoro e al servizio delle chiese, imponendo agli ecclesiastici l'obbligo di farne un elenco preciso e di consegnarlo alle autorità locali che l'avrebbero a loro volta spedito alla Segreteria di Stato per le opportune precisazioni.
In seguito a tale decreto, il Vescovo di Tortona, Mons. Carlo Maurizio Peiretti, in data 24 gennaio 1794 inviò ai parroci una lettera circolare in cui precisava gli oggetti da escludere dalla consegna: calici, pissidi, un solo ostensorio, i vasi dell'olio santo, i crocifissi, i reliquiari contenenti le sacre reliquie. Tutti gli altri ori e argenti delle chiese, a qualsiasi uso destinati, bisognava presentarli alla Regia Zecca.
Ma il 9 maggio il comandante della Città di Vogherà, Cav. Don Ignazio di San Secondo, inviò all'Arciprete di Varzi, Don Giuseppe Callegari, una lettera nella quale si ordinava la sollecita presentazione alla Zecca di quanto stabilito dal Regio Decreto, soprattutto del Braccio e di una croce d'argento di proprietà della chiesa di Varzi.
L'Arciprete, d'accordo con l'Amministrazione Comunale, aveva pensato di pesare il reliquiario e di consegnare il corrispondente argento, ma gli abitanti di Varzi, convinti che il Braccio venisse consegnato all'erario, si sollevò e l'insurrezione iniziò di buon mattino.
Dice uno scritto: " Scoppiò all'interno del borgo un 'orrida insurrezione composta di gente di ogni classe ma specialmente dell'infima plebe che niente avendo a perdere e molto a sperare nelle turbolenze, si era armata di tutto punto: chi di falci, chi di scuri, mazze, tridenti, picche, bastoni e simili armi, la quale sortendo dalla contrada del mercato, quali orde di barbari, portassi gridando alla casa del rev. Arciprete onde sorprenderlo e spogliarlo delle due chiavi del deposito di detta reliquia...".
Gli insorti si portarono poi davanti alla casa del segretario comunale per farsi consegnare le chiavi del comune in suo possesso (all'epoca per aprire la custodia del reliquiario erano necessarie due chiavi, una che teneva l'Arciprete e una che teneva il Sindaco). Non avendolo trovato in casa, minacciarono di abbattere la porta d'entrata e di dare alle fiamme la casa stessa. Il tumulto durò fino a mezzanotte.
Il grido dei rivoltosi che si sentiva più spesso era quello di "Evviva San Giorgio!". Col calar delle tenebre il tumulto diminuì ma non finì e per tutta la notte suonò a martello la campana civica, in modo da estendere la sommossa anche agli abitanti delle frazioni che, impauriti dal continuo suono, non tardarono a scendere in paese e di unirsi ai varzesi "in santa lega ", dice lo scritto, come se si trattasse di un vero assedio.
Si misero così a piantonare chiesa e sacrestia, soprattutto le uscite, in modo da impedire che si asportasse il prezioso Braccio. Sul far del mattino l’Amministrazione Comunale, con a capo il sindaco Mario Cicala, e l'Arciprete, al fine di rabbonire il popolo, decisero di esporre sopra l'Altar Maggiore, alla pubblica visione, la preziosa Reliquia, in modo che si convincessero tutti che non era stata consegnata alla Zecca, quindi i rivoltosi “diedero di piglio alle corde delle campane della chiesa parrocchiale e si misero a suonare a distesa in segno di gioia e vittoria”.
Incaricarono poi un perito a controllare se dentro al reliquiario ci fosse ancora tutto e dopo aver loro assicurato che tutto era intatto, presero il Braccio e lo portarono in giro per le vie del Paese, come fosse un cimelio di guerra, come segno visibile della battaglia vinta.
La bilancia che era stata utilizzata per pesare il Braccio, considerandola quasi un oggetto sacrilego, venne bruciata in pieno pomeriggio di un giorno di mercato: venerdì 30 maggio 1794 e stabilirono poi di fare gran festa la domenica 1 giugno lungo il greto dello Staffora, invitando per l'occasione una banda musicale.
Ritornata la calma, un forte dubbio turbò la cittadinanza varzese, cioè che il sopracitato tumulto fosse interpretato come ribellione al Re e si pensò allora di scrivergli un dettagliato resoconto dei fatti, spiegando come la sommossa la si doveva unicamente attribuire all'attaccamento della popolazione alla reliquia del patrono.
Inoltre, alcuni rappresentanti dell'Amministrazione Comunale andarono di persona giustificare lo stesso tumulto presso l’illustrissimo comandante di Vogherà, spiegandogli che non ci fu alcuna intenzione dei varzesi di ribellarsi ai Regi Decreti.
Ad acquietare ogni timore giunse un biglietto firmato dallo stesso Re Vittorio Amedeo III in data 15 luglio 1794 nel quale si concedeva il condono di tutto. Tale scritto venne letto pubblicamente davanti alla folla che lo ascoltò "a ginocchi piegati e mani baciate in un delirio di gioia ".
Tratto dalla rubrica Spigolature de “L’eco di San Germano – Bollettino della Parrocchia di Varzi Anno LIV – n. 5 Ottobre 2011
 

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