Eccidio Famiglia Lavezzari
La strage della famiglia Lavezzari è riconosciuto come uno degli episodi più tragici della storia di Menconico. Nel febbraio 1945 a San Pietro Casasco alcuni partigiani locali appartenenti alla 87° Brigata Crespi, guidati da Pasquale Draghi, sterminarono un’intera famiglia. Si tratta di un regolamento di conti che fissa le sue radici nel rancore personale di Draghi verso il capofamiglia.
Gli obiettivi della strage sarebbero stati appunto Giovanni Lavezzari ed il figlio Bruno, che secondo Draghi ed altri compaesani avrebbero mantenuto atteggiamenti doppiogiochisti durante gli anni del regime, tradendo la sua fiducia e segnalandolo al presidio repubblichino di Godiasco invece di metterlo in contatto con i partigiani come aveva loro chiesto.
Nel definire le azioni di questi gruppi autonomi si parla di “terzo fronte”, definito da Don Pasquale Stafforini come “il più vile, insidioso e sanguinario”, che all’imbrunire spinge tutti a rintanarsi nella propria casa in un clima silenzioso di insicurezza e terrore.
La sera del 26 febbraio alle ore 20, a seguito di un paio di esplosioni, dopo aver scardinato la porta d’ingresso un gruppo irrompe nella casa della famiglia Lavezzari, che si trova nella parte bassa del paese, verso la campagna ed il torrente Aronchio. Trovano brutalmente la morte mamma Mariettina, nonna Rosa ed i figli Bruno, primogenito ed invalido di guerra, Serafino, alunno al ginnasio del Seminario diocesano di Bobbio (Pc) e Giuliano, appena dodicenne. Il figlio Carlo, studente liceale, è ferito ma riesce a fuggire e così a salvarsi. Durante l’attacco si salva anche un ex alpino del battaglione Monterosa che divenuto partigiano era momentaneamente ospitato dalla famiglia. Giovanni Lavezzari, principale bersaglio dell’agguato, era lontano da casa per inderogabili motivi famigliari: al suo ritorno la scena agghiacciante con i corpi delle cinque vittime.
La brutalità di tali gesti fu tale da far nascere nella popolazione quasi un senso di sollievo nel vedere le truppe fasciste la mattina seguente, come se queste conferissero un senso di sollievo e di protezione, una sorta di ritorno all’ordine. I responsabili dell’eccidio, sottoposti ad interrogatorio dal tribunale speciale del Comitato Nazionale di Liberazione, rei confessi vennero condannati alla fucilazione, eseguita in un cimitero dell’Oltrepò.
Questo episodio è ricordato da una parte come azione illegittima del già citato “terzo fronte”, dall’altra come esempio di inflessibile e pronta giustizia partigiana data l’immediata fucilazione dei tre responsabili. |