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Il piffero non poteva scegliersi una terra migliore. Non tanto per il paesaggio, a tratti stupendo e rilassante, talora selvaggio, isolato, cupo, ma per la gente.
Gli abitanti dell'alta Valle Stàffora hanno sempre avuto una passione profonda, sincera per quel pezzo di legno. I pifferai, le musiche e i balli da muntagné hanno alimentato una sorta di culto vero e proprio. Un culto a cui sono legate vicende di intere famiglie e paesi, intorno a cui sono nate storie d' amore, controversie, miti e leggende.
In queste valli, dove le nebbie della pianura si dissolvono al sole e nelle giornate ventose quasi si sente il profumo del mare di Genova, è fiorita, negli ultimi due secoli, una cultura musicale ricca e affascinante che si è tramandata generazione dopo generazione. Una cultura in simbiosi con queste montagne, da sempre attraversate da traffici millenari e segnate dalla povertà. Qui il peinfro non era solo uno strumento "buono" a far ballare: per qualcuno è stato la colonna sonora di tutta la vita, il battesimo, la festa dei coscritti, il matrimonio. Lo si suonava a Natale, si ballavano Gighe e Monferrine a carnevale, nei balli estivi sotto le stelle, alla festa patronale. Un patrimonio musicale forgiato ad hoc per ogni occasione della vita contadina che, sebbene attraverso trasformazioni, è giunto fino al Duemila. Amati e rispettati forse più del sindaco, del parroco e del medico condotto, i pifferai godevano di grande prestigio e popolarità in tutto l'Appennino. Tanto era vasta la fama dei pifferai che, alla fine delle serenate che si facevano la sera sotto le finestre delle ragazze, taluni di essi venivano omaggiati dai cantori di stranot (stornelli): "Musa di pèlle, pinfio di legno nero, chi mi fa cantare l'è Giacomon di Segno" (Musa di pelle, piffero di legno nero, chi mi fa cantare e Jacmon di Cegni) Attraverso gli impervi sentieri appenninici, battuti solo da mercanti e viandanti, i suonatori raggiungevano a piedi anche luoghi molto lontani, dove erano richiesti per allietare una festa di carnevale o un matrimonio. Al ritorno, dopo giorni di cammino e avventure di ogni sorta, riportavano moneta, merci ed un bagaglio di notizie e conoscenze che tutti invidiavano loro. I nomi di Jacmon, Piansereiu, Fiorentino, U Lento, Briggiottu, Ernesto e Giulitti sono ancora oggi ricordati con affetto e nostalgia. La figura più emblematica rimasta nella memoria popolare, tuttavia, e sicuramente U Draghen, pifferaio vissuto a cavallo fra il Settecento e l'Ottocento, intorno al quale si e creata un'affascinante leggenda. Dotato di poteri straordinari, con la sua abilità musicale compiva imprese magiche, seduceva le donne e incantava gli sciuri di Milano. Macchiatosi di numerosi delitti (ai danni delle sue tre o addirittura sette mogli) fu arrestato a Cicagna e, attraverso un viaggio doloroso, condotto alle prigioni di Bobbio. In qualche osteria si canta ancora la canzone di U Draghen, un lamento struggente che, soprattutto le donne, amavano sentir cantare dai pifferai e dai cantastorie: "Quando l'è partio da Cicagna povero Draghin lü 'l gà fai una Bisagna feive curagio caro Draghin che questo chi l'è u vostro destin" "Quando l' è stai a Monte Alfé povero Draghin se vulteva indré feive curagio caro Draghin che questo chi l'è u vostro destin" Una figura amatissima, U Draghen, così come amatissimo fu Jacmon di Cegni. Le Quattro province e il piffero: un binomio inscindibile senza il quale queste montagne non sarebbero le stesse. Anche questa terra, forse, non poteva scegliersi strumento migliore. BIBLIOGRAFIA Oltrepò, terra di tradizioni Suoni e danze sulla Via del Sale, a cura di Aurelio Citelli, pag. 19-20 Progetto: Terranostra, Associazione per l'Agriturismo e l'Ambiente |