|
Pagina 2 di 3 II misero convento vive in quel che manda la Provvidenza.
Situata tra Valdinizza e Pizzocorno, Sagliano - Crenna e Oramala, posta ai confini dei circondari di Voghera e di Bobbio, tra meli, noci e castagni, questa romantica Abbazia, che balza viva dalla piccola trinità delle poverissime chiesuole, vegliata dalla bella torre, lavorata tutta in pietre quadrate, è una roccaforte mistica, degna di albergare un moderno Parsifal. Intorno, la foresta ride al Monviso e al Monrosa, che nei giorni di chiaro settembre brillano lantani al sole. Ed in più quest'Abbazia ha una storia gloriosa. Fu verso il 1000, che provenienti dal Lazio, Sant'Alberto e San Ponzo scelsero questi luoghi solitari, per vivere come eremiti tra i falchi e le volpi. Poco si sa anche quassù di Sant'Alberto, che sarebbe rimasto forse ignorato da tutti nel folto di questa selvaggia foresta, se un marchese Malaspina, della nobile famiglia padrona della Lonigiana delle valli di Trebbia, della Borbera e della Stàffora, andando a caccia, non lo avesse trovato in preghiera davanti ad una spelonca.
Ormai per la corrosione delle acque la grotta è quasi invisibile, ma il frate guardiano mostra al viandante un duro sasso, che serviva di giaciglio al santo. Ora avvenne, come raccontano le antiche cronache che il marchese Malaspina conducesse nel suo Castello di Casalasco in Valdinizza il santo eremita, dove lo confortò con doni di vario genere. Sant'Alberto, allora, operando per grazia di Dio il miracolo di restituire la parola al figlio del marchese nato sordomuto, ottenne dai Malaspina il terreno ed il bosco e la costruzione della prima chiesa consacrata a Santa Maria. Morto poi il Santo, il 5 settembre 1073, l'Eremo, divenuto asilo dei Benedettini, ebbe lunga vicenda di mistiche virtù e di alterne fortune. Di qui, secondo la tradizione, passò reduce da Roma, Federico Barbarossa, mentre l'esercito stremato dalla pestilenza aveva alzato le tende ad Oramala. Ma anche se qualche storico fa delle riserve sul soggiorno del Barbarossa all'Eremo di Sant'Alberto nel 1167, qualche altro afferma addirittura che una delle tre campane dell'Abbazia sia proprio quella del Carroccio. La suonano solo nelle grandi feste, il 4 giugno ed il 5 settembre, e nelle ricorrenze religiose, allora giù per le valli l'eco della campana che tutti chiamano del Carroccio è salutata con gioia dai paesi e dalle borgate. In verità la campana sarebbe stata donata da Taddeo Bussetti, Marchese di Zucchi, nel 1454, ma ha sempre un grande pregio. Ed è lei la perla sonora di Sant'Alberto, che vanta anche fra i suoi ospiti un sovrano d'Inghilterra. Si tratta di Edoardo II che, dopo una vita avventurosa, in seguito al suo infelice matrimonio con Isabella, sorella di Filippo IV, re di Francia, venne a ritirarsi qui. La storia ci dice che Isabella, diventata infedele al Re Edoardo II, congiurò nel 1326 con il suo amante Ruggero Mortimer per togliergli il regno. Infatti, il Re, dopo essere stato prigioniero nel Castello di Berkeley, riuscì a fuggire con l'aiuto di un servo fedele, riparando in Irlanda, poi in Francia alla Corte pontificia di Avignone e finalmente in Italia, prima nel Castello di Melazzo presso Acqui, e dopo nell'Eremo di Sant'Alberto di Butrio, dove rimase, facendo penitenza, per oltre due anni. Queste notizie risultano da una lettera che Emanuele Fieschi, canonico di York e poi vescovo di Vercelli dal 1343 al 1348, scrisse ad Edoardo III, re d'Inghilterra, figlio dell'infelice ospite di Sant'Alberto. Tali informazioni pubblicate nel 1877 da Alexandre Germain, membro dell'Istituto di Francia, e riprese poi da Costantino Nigra, illustrano, del resto largamente, questa plaga di messi e di conventi. Ora Don Draghi, Rettore del Convento, mi mostra una fossa scavata nel vivo sasso, dove fu rinvenuta seduta la salma del Re d'Inghilterra, che venne poi fatta trasportare in patria ed in grande segreto da Edoardo III, per darle regale asilo nella Cattedrale di Gloucester. In compenso Re Edoardo III avrebbe donato all'Abbazia due eleganti candelieri in smalto turchino e rosso della fabbrica di Limoges del secolo XIII, che si trovano ora al Museo Civico di Torino.
|