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Pagina 1 di 3 L'illustre scrittore Nino Salvaneschi che fu a Sant'Alberto sabato primo settembre 1934, pubblicò questo articolo sulla Gazzetta del Popolo di Torino.
La campana dell'Eremo millenario incastonato un bosco di castagni, suona a compieta. II vento che passa per le gole dell'Appennino risponde lontano in minore.
Dal folto della foresta, dove Alberto pregava davanti la sua grotta, un coro vespertino di uccelli saluta l'ultimo sole di questo dolce settembre. Dai corridoi del poverissimo convento, degno di ospitare i più poveri figli di San Francesco, i sei fraticelli ciechi si avanzano sicuri, nonostante le asprezze e le difficoltà del selciato. Li seguono i cinque veggenti. Tutta la comunità di Sant'Alberto di Butrio si raduna nel Coro per la preghiera, che dice il grazie per oggi e la speranza per domani: Te lucis ante terminum. In silenzio tutti prendono posto nei loro scanni. Ognuno il suo libro e la sua luce. Ma sei frati ciechi, immobili, con il loro saio di ruvida tela bianca a strisce nere e una croce nera sul cappuccio, leggono ad occhi chiusi nei loro libri in "braille" l'ufficio del Corpus Domini. Fanno scorrere lente le dita sui grossi libri. Odo distintamente le loro voci. Quella grave di Fra Giovanni, il sagrestano paralizzato e quella velata e dolce di Frate Avemaria. Vicino ai ciechi, vestiti di tela grigia, i frati veggenti rispondono con voce ferma e compatta. Grigio e bianco nei sai delle penitenze gioiose e nelle voci che cantano serenamente a compieta: Te lucis ante terminum. Dopo, si ritireranno nelle piccole celle a ridosso della chiesetta di Santa Maria. Un breve riposo dividerà le ore del lavoro da quelle della preghiera. E le giornate passeranno come le settimane i mesi e gli anni. Sinché Dio li chiamerà ad uno ad uno.
Così, fissandoli nella regola benedettina Ora et labora, Don Luigi Orione, colui che sarà un giorno il Santo di Tortona, fondò quassù ad oltre settecento metri di altezza, in questo convento millenario, composto di tre chiesette, Santa Maria, Sant'Alberto e Sant' Antonio, l'Ordine dei frati ciechi. Ad esser più precisi anzi, la "Congregazione della Piccola Opera della Divina Provvidenza" mandò tra questi monti del Pavese, proprio tra il Giarolo ed il Penice, un piccolo drappello dei suoi Orionini per continuare la tradizione di dura rinuncia dell'eremita Sant'Alberto. Ad ogni modo credo che questo sia il solo convento europeo, dove vivano e lavorino e preghino dei frati ciechi. L'Eremo che li accoglie e la natura che li circonda non potrebbero meglio esser intonati alla sofferenza, che questi prediletti figli di Don Orione offrono a Dio. II silenzio dei boschi di castagni, rotto solo di quando in quando dalla voce dei due torrenti, il Nizza e il Begna, avvolge le tre povere chiese in una mistica cinta di smeraldo. E dal 1926, in gioiosa povertà di vita, i sei ciechi ed i cinque veggenti dividono il lavoro dei campi e le preghiere del chiostro, per la redenzione degli uomini e la gloria di Dio.
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