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Pagina 1 di 3 I tre centri più grandi della zona avevano il loro giorno settimanale di mercato: Zavattarello il lunedì, Godiasco il giovedì, Varzi il venerdì.
Ma il vero mercato per tutta la Valle Stàffora e le valli vicine era quello del venerdì a Varzi che durava tutto il giorno. Era importante perché era il più grosso mercato di bestiame, dove si compieva un volume notevole di scambi e di compravendite tra negozianti e contadini, e tra contadini stessi. Ogni allevatore arrivava con le sue mucche o con il paio di buoi che legava alle catene sistemate sulla fiera (la piazza del mercato) e poi passava a trattare la vendita od il cambio. Molti agricoltori al venerdì s'improvvisavano mediatori per guadagnarsi la mediazione. Un'usanza prevedeva la mancia (detta anche "buonamano") offerta dell'acquirente al garzone (se la fattoria l'aveva) o al figlio del proprietario del bestiame venduto. Numerosa era la presenza sul mercato dei "banchetti" per la vendita di abbigliamento, di casalinghi ed attrezzature agricole. Le fiere di Varzi vedevano una partecipazione imponente di gente che proveniva dai paesi della montagna ma anche della bassa. I montanari scendevano a Varzi fin dalla sera precedente e, siccome la ricettività alberghiera era scarsa, si alternavano nello stesso letto per il riposo notturno. Le principali fiere di Varzi prendevano solitamente il nome della festività religiosa del mese: fiera di S. Giorgio, di S. Pietro, di S. Simone, ecc… Una fiera molto rinomata era quella di S. Martino a Godiasco, che si svolgeva l'11 novembre ed era anche chiamata del "tacchino" perché, in quell'occasione, avveniva la compravendita dei polli (capponi) e dei tacchini che si sarebbero consumati durante il pranzo di Natale. In passato le vere feste erano solo quelle religiose. Non se ne conoscevano altre, fino alla vittoria della Prima Guerra Mondiale, quando fu istituita la festa del 4 novembre, celebrata soprattutto dai reduci-combattenti. Ogni paese (o meglio, parrocchia) aveva la sua festa patronale nelle tre migliori stagioni dell'anno, escluso l'inverno. Allora la festa patronale era il giorno dell'incontro tra parenti ed amici, dello "stare insieme" nella più sana allegria. Si mangiava abbondantemente perché era questa l'unica occasione dell'anno in cui sulla tavola di tutte le famiglie abbondava la carne, cucinata nei più disparati modi; si beveva a tavola, ma anche passando di casa in casa o di cantina in cantina, mentre i canti andavano alle stelle; si ballava fino ad ora tarda. I parenti più prossimi restavano anche per qualche giorno, anche perché vigeva l'usanza che, il giorno dopo la festa, il parroco celebrava l'Ufficio dei Morti.
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