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Si chiamavano invece "mulattieri" i conducenti dei muli che, carichi di merce sul dorso, la trasportavano nei paesini disseminati sulla montagna.
I mulattieri facevano da collegamento per il trasporto merci tra Varzi e l'alta montagna, quando non vi erano ancora le strade. Molti erano i muli impegnati in questo servizio; tutti portavano, inseriti nella collana o legati alla briglia, vari campanelli e camminavano in fila indiana formando un lungo corteo. Era uno spettacolo vedere questa lunghe fila di muli, appartenenti a proprietari diversi (a volte erano anche 30 i muli) che, arrivata in Varzi, si scioglieva quasi magicamente ed ogni mulo si dirigeva verso la propria stalla. Scriveva il giornalista, nostro conterraneo, Giuseppe Lucchelli: "Chi vorrà fare un giorno la storia dei trasporti in montagna o del periodo pionieristico del nostro turismo, non potrà ignorare, accanto alla diligenza con i cavalli, al "trenino verde" soppresso tre anni fa e alle figure romantiche di Filippo Mancinelli e Ettore Valli, l'oscura e preziosa fatica dei mulattieri. A Varzi, in via Reponte Vecchio, davanti all'ex stallazzo dei Tornari, ora adibito a garage, c'e l'insegna dell'Osteria del Moro, abituale ricovero, specie ai tempi della prima guerra, dei mulattieri della Val Boreca, dell'Alto Stàffora e della Val Borbera. Arrivavano a sera, dopo un giorno di viaggio, precedendo la fila dei muli carichi di carbone e castagne: scaricate le some, raccolte le provviste e affidati gli animali allo stalliere, si riunivano per una cena frugale in trattoria. I mulattieri della montagna pernottavano a Varzi per rimettersi all'alba sulla via del ritorno. I muli, carichi di grano, di vino (custodito in otri di pelle di capra), di zucchero, di sale arrancavano in fila indiana sul breve strappo di via Luigi Mazza: superata la salitella, a passo calmo e cadenzato, riprendevano in senso inverso il loro cammino. Dietro, il mulattiere impartiva gli ordini controllando il carico ed il loro incedere. Per anni il letto dello Stàffora è stato la pista e la "bussola" dei mulattieri. Era percorso obbligato per lunghi trasporti, al Monte Antola e a Torriglia, in provincia di Genova, a Carrega, in Val Borbera, a Pej e in Val Boreca. I mulattieri varzesi salivano a Bogli, Pej, Artana, scaricavano verdura, grano, vino e tornavano con carbone e castagne. Tra la piccola capitale di fondovalle e le popolazioni povere della montagna, si era stabilita una periodica "osmosi", un mutuo scambio dei prodotti della terra: dall'alto scendeva la materia prima per il riscaldamento; dal basso, tramite Varzi, salivano generi alimentari e di prima necessità. Le strade, ai primi del Novecento, non esistevano, gli spartineve non passavano: sono stati i muli, resistenti alla fatica e alle bufere, a battere per primi sentieri e scorciatoie verso i villaggi sperduti dell'Appennino. II periodo d'oro dei trasporti su soma risale al primo dopoguerra (1918-1930). Varzi aveva una ventina di mulattieri: i Carosio, i Poggi, i De Marchi, gli Antoniazzi, Domenico Balma (Camaradòn) ed altri. Gli stallazzi lavoravano a pieno ritmo ed i commerci s'incrociavano tra pianura e montagna. Da Varzi, partivano i carri per Voghera e Pavia; in Varzi confluivano, per gli acquisti e i rifornimenti, gli abitanti dei comuni confinanti."
BIBLIOGRAFIA Paesi e gente di quassù © Centro Culturale "Nuova Presenza" - Varzi 1979 Da pag. 279 a pag. 291
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