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Pubblicato da Carlo Marenzi   
venerdì 24 febbraio 2006

La nostra terra offriva ai giovani molto lavoro e pochi svaghi. Anzi, si può tranquillamente affermare che vi era un solo divertimento per la gioventù: il ballo.

ImageEra lungamente attesa la sera del sabato o della domenica che rimediava, con musica e ballo, al duro lavoro di un'intera settimana.

Si ballava molto e tutte le occasioni erano buone per ballare.

Era talmente in voga il ballo pubblico che la Chiesa lo riteneva un male morale e contro di esso tuonavano i predicatori dal pulpito. I parroci, per protesta, sospendevano le processioni e le cerimonie solenni nel giorno della sagra. Il vescovo di Tortona Mons. Igino Bandi, all'inizio del XX secolo era giunto persino a mettere il ballo pubblico tra i "peccati riservati" (una pena molto grave perché l'assoluzione da questo peccato era riservata al vescovo o ad un sacerdote da lui delegato). Questo giudizio di condanna sul ballo, da parte della Chiesa, costituiva una forte remora.

La libera partecipazione della gioventù, soprattutto femminile, al ballo pubblico era minata da questo atteggiamento ostile, perché l'autorità religiosa era accettata e creduta per fede. Quindi, tutte le volte che la ragazza chiedeva di andare al ballo, doveva lottare per vincere l'opposizione dei genitori ligi alle direttive ecclesiastiche. Durante la Quaresima non si ballava mai, proprio per rispetto a questo periodo dell'anno liturgico dedicato alla penitenza.

Un'altra difficoltà da superare per recarsi a ballare nei paesi vicini era costituita dal viaggio a piedi, in solitudine, senza la compagnia delle femmine, alle quali era proibito di allontanarsi dal paese. Erano ore di viaggio per strade impervie e con qualsiasi clima. Ma era tale la passione per il ballo che i giovani affrontavano qualsiasi ostacolo.

A questo riguardo accennerò, ad un fatto tragico accaduto durante l'ultima guerra a Vesimo, piccolo paese di montagna posto sul crinale sud del Monte Lesima.
Era estate. Nella sera della festa patronale era stato indetto un ballo pubblico all'aperto, su uno spiazzo. Per quel ballo si erano ritrovati giovani provenienti da Corbesassi, Brallo, Colleri, ecc. e molti altri giovani che stavano sulle montagne per paura dei rastrellamenti. Vi era l'obbligo dell'oscuramento anche sulla montagna perché si temevano segnalazioni da parte dei partigiani ad apparecchi ricognitori nemici. A controllare che non vi fossero luci accese nella notte, passava un velivolo italiano, denominato dagli italiani "Pippo", che sganciava bombe là dove intravedeva la luce.

Quei giovani ballavano con le luci accese  e "Pippo" lasciò cadere le bombe, centrando in pieno la pista. Decine furono i morti e ancor più i feriti.

La notizia, portata dai giovani sopravvissuti al disastro, diffondeva ovunque angoscia, costernazione e rimpianto per la scomparsa di tante giovani vite. Di quel ballo si parlò a lungo nel tempo.

Ma chiudiamo questa dolorosa parentesi e riparliamo dei balli (quelli del tempo di pace) che finivano quasi sempre in litigi e risse. Alcuni giovani vi andavano proprio per creare guai.

L'inizio era dato dalla rottura della lampada ad acetilene e, mentre la sala piombava nell'oscurità, si menavano botte da orbi. In verità non si è mai ben capito se questo avveniva perché allora i giovani non sapessero socializzare o se era un trucco per poter abbracciare e baciare la ballerina, complice l'oscurità.

 

BIBLIOGRAFIA


Paesi e gente di quassù
© Centro Culturale "Nuova Presenza" - Varzi 1979
Da pag. 279 a pag. 291


Ultimo aggiornamento ( venerdì 24 febbraio 2006 )
 
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