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II fidanzamento non durava a lungo, solo il tempo necessario per gli acquisti, anche perché le giovani avevano preparato il loro corredo negli anni precedenti, ricco di tante lenzuola e federe di lana ricamate.
Anche prima del Concordato tra Chiesa e Stato, quando la legge prevedeva i due riti, civile e religioso, per la nostra gente il vero matrimonio era quello religioso, che veniva celebrato in modo solenne. Lo sposo all'ora prefissata (quasi sempre le undici), accompagnato dai suoi parenti e amici si recava a prelevare la sposa e, offrendole il braccio, aprivano il corteo degli invitati che si avviava a piedi verso la chiesa. Allietava il corteo il suono del piffero e della fisarmonica. Il pranzo, ricco di portate, di dolci e di varie qualità di vino, era consumato in casa della sposa. A questo faceva seguito il ballo pubblico. Era giunto il momento in cui si compiva, per la sposa, il rito del distacco dalla casa paterna ed il suo accompagnamento nella nuova abitazione. La sposina era riluttante, piangeva, non voleva lasciare i genitori. Qui, gli invitati, accompagnati da due suonatori (piffero e fisarmonica), intonavano una canzone la cui disparità dialettale (il dialetto della canzone non è quello della zona) indica l'ampiezza culturale e geografica che si sottintende. "Oh, spusina, bella spusina, o vè un po' fora da lì d'in cà; e lassa i vissi de la tua mama e pia sù quei de tò marì" Sempre cantando, gli uomini si abbracciavano e, camminando a ritroso, cantavano: "Quando fu stai alla prima montagna, la bella spusina si rivolta indrè e coi ginocchi la toccava terra e con gli occhi la guardava il ciel. Quando fu stai a la seconda montagna la bella spusina si rivolta indrè addio padre, addio madre e tuta la gente del mio paes". Giunti presso la casa di un parente, tutti gli invitati si fermavano per brindare, poi il canto riprendeva e finalmente si arrivava alla casa dello sposo. "Quando su staia alla terza montagna la sua mama (suocera) l'ha riscontrà: fatti avanti, spusina cara, fatti avanti con volontà e se ti manca delle belle gioie la tua mama te ne farà". I suoceri sulla soglia accoglievano a braccia aperte la sposa e la accompagnavano in casa. La suocera la prendeva per mano e la portava nella camera nuziale. Nel frattempo, fuori iniziava una giga e un invitato cantava: "Mama mia, la spusa l'è chi, feg alegria, feg alegria Mama mia, la spusa l'è chi, feg alegria, che in coê l'è el so dì, l'è el so dì, la sua giurnà deg una sapa, mandela a sapa". A questo punto tutti entravano nella casa, brindavano e cominciavano le danze che duravano fino a tarda sera. Ancora prima della chiusura delle danze, gli sposi se la squagliavano ritirandosi nella loro camera. Ma quando i suoni cessavano e ritornava il silenzio, gli amici erano soliti ordire degli scherzi, a volte anche pesanti, per disturbare la prima notte di nozze. La nuova abitazione era spesso la casa dello sposo, perché mancava la possibilità di "mettere su casa" per conto proprio. A volte, quando la sposa era figlia unica, gli sposi andavano a coabitare con i genitori di lei. La figlia unica o meglio - come allora veniva chiamata - "l'ereditiera" (perché ereditava tutte le sostanze paterne) era molto ricercata e corteggiata.
BIBLIOGRAFIA Paesi e gente di quassù © Centro Culturale "Nuova Presenza" - Varzi 1979 Da pag. 279 a pag. 291
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