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La vita era sacra per la nostra gente e le nuove vite erano accettate e gradite dalle famiglie come dono di Dio.
Le famiglie erano numerose e non erano rari i casi di genitori che, pur avendo avuto figli, adottavano, più per carità cristiana che per interesse, qualche bambino abbandonato. Fin dopo la Seconda Guerra Mondiale, i bambini nascevano nella casa paterna. Alla partoriente prestavano assistenza altre donne "praticone", a volte l'ostetrica ed il medico ma solo nei casi più rischiosi. Le popolazioni contadine di allora non avevano assistenza sanitaria e non potevano permettersi il lusso di chiamare il medico, perché erano veramente povere. Al medico e al farmacista si ricorreva molto raramente e quando il medico arrivava era cattivo segno: l'ammalato era grave. Il battesimo del neonato avveniva negli otto o dieci giorni dalla nascita. Si svolgeva sempre nel pomeriggio di domenica. Si dava l'annuncio alla comunità con il suono delle campane a festa. Era una festa tutta e solo religiosa per la famiglia e per la parrocchia; non si facevano inviti né si davano ricevimenti, all'infuori di un buon bicchiere di vino per il padrino e la madrina. Dopo l'avvenuta maternità, la madre, appena rimessasi in salute, si premurava di recarsi in chiesa per ricevere la benedizione del "dopo parto". Questo rito veniva definito: "farsi levare dal parto". Il bambino era di solito allattato dalla mamma. Se una mamma restava priva di latte, il neonato era dato a balia. Tra la balia ed il bambino (e tra le due famiglie) si instaurava così un legame di profondo affetto, quasi di parentela, tanto che nelle occasioni più importanti di una famiglia era sempre invitata anche l'altra. A quei tempi vi erano donne che facevano il mestiere di balia per lavoro, tanta era la povertà. I bambini crescevano nell'ambiente chiuso ed angusto della loro frazione senza alcuna possibilità di intraprendere viaggi istruttivi. Le uniche gite d'obbligo avevano come meta Varzi, per le fiere stagionali, e le frazioni abitate dai parenti nel giorno della festa patronale. Molti giovani della nostra montagna vedevano per la prima volta il mare quando andavano a prestare il servizio militare (se erano fortunati!). In caso contrario, rischiavano di non vederlo mai. L'unica istruzione offerta ai ragazzi era, fino al 1935, un corso obbligatorio di tre anni di scuola elementare; chi voleva conseguire la licenza di Quinta Elementare doveva frequentare le scuole dei grandi centri (Varzi, per esempio) o frequentare la scuola serale. Subito dopo la Scuola Elementare, i ragazzi erano avviati al lavoro dei campi o portavano il bestiame al pascolo. i ragazzi più poveri "andavano a garzone " presso le famiglie contadine più agiate. Il tempo da riservare ai giochi era poco. I ragazzi s'incontravano e stavano insieme la domenica, nelle ore passate al pascolo (solitamente uscivano insieme in numero di due o tre, ognuno con le proprie vacche), nei pomeriggi d'inverno e nelle sere d'estate. I principali giochi erano: il gioco dei bottoni, che consisteva nel tirare i bottoni contro una parete, dove risultava vincitore chi vi si avvicinava di più. Il gioco delle biglie, che erano palline di terra cotta; il gioco della lippa o cirimella; il gioco di "nascondino" (l'andare a nascondersi tra il fieno dei portici, con la conseguenza di provocare, a volte, anche qualche incendio); l'andare a nidi; il gioco del pallone che consisteva nel tirare i calci in un involucro di stracci. I vecchi interpellati ricordano, con particolare nostalgia, alcuni momenti felici della loro infanzia quali: l'attesa della Messa di mezzanotte di Natale; la benedizione delle case in compagnia del parroco che in quel giorno offriva ai ragazzi inservienti un pranzo a base di frittata con uova e cipolle; i giorni della prima Comunione e della Cresima; il Carnevale ed i balli in paese con il "baraccone" (una piattaforma rotonda di tavole in legno coperta da un telone e chiusa da uno steccato).
BIBLIOGRAFIA Paesi e gente di quassù © Centro Culturale "Nuova Presenza" - Varzi 1979 Da pag. 279 a pag. 291
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