| Annibale |
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| Scritto da Carlo Marenzi | |||||||
| Lunedì 13 Marzo 2006 12:17 | |||||||
Pagina 1 di 2 La civiltà celtica dovette inevitabilmente scontrarsi con l'espansione di Roma. Dopo più di un secolo di guerre con alterne fortune, le legioni della potenza capitolina ebbero la meglio e, dopo la vittoria di Klastidion (Casteggio) nel 225 a.C., passarono per la prima volta il Po. Risultato di questa battaglia fu la presa, nel 222 a. C., della capitale gallica Mediolaanon (Milano), che venne saccheggiata e semidistrutta dall'esercito occupante. Solo quattro anni dopo, l'arrivo in Gallia Cisalpina del cartaginese Annibale diede una pronta occasione di rivincita ai Celti. Dopo aver varcato le Alpi con i suoi elefanti (impresa che a quei tempi aveva decisamente del clamoroso), avanzò verso Mortara; da queste parti si congiunse con i Galli Insubri (abitanti del Milanese, che 4 anni prima avevano subito la sconfitta ed il massacro indiscriminato da parte delle legioni romane) e ingrossò il suo esercito. A questi, si aggiunsero altre popolazioni celtiche e celto-liguri della zona, oltre che un gran numero di ausiliari gallici che si erano arruolati, per varie ragioni, nelle legioni romane. Nel 218, presso il fiume Trebbia, l'esercito di coalizione guidato da Annibale e le truppe di Roma si trovarono fianco a fianco.
Con l'apporto dei molti Galli arruolatisi nell'esercito di Annibale, il divario numerico tra Cartaginesi e Romani si ridusse notevolmente, anche se la quantità dei soldati di Roma in campo era ancora predominante. Nonostante ciò, sul Trebbia vinse Annibale, che colse un'affermazione strategica. Cadute nella trappola tesa loro dai Numidi, le legioni inseguitrici furono di colpo attaccate: gli stessi Numidi, repentinamente, passarono dalla fuga all'offensiva, sorprendendo i nemici. Furono poi le truppe leggere dei Baleari a dare il colpo di grazia alla cavalleria romana; in questo furono aiutate non poco dagli elefanti, che, con le parole di Livio, "impaurivano i cavalli sia per il loro aspetto sia per il particolare odore che emanano, e li mettevano in fuga". Anche la fanteria fu sovrastata: "I Cartaginesi combattevano dopo essersi riposati e nutriti; i Romani invece erano a stomaco vuoto, indeboliti e con le membra intirizzite". Lanciatisi poi sulla retroguardia, gli uomini di Annibale colsero la vittoria finale. Per salvare le proprie vite, i soldati romani dovettero ritirarsi verso Piacenza o Cremona, approfittando del fatto che i Cartaginesi avevano rinunciato all'inseguimento. "La disfatta patita sul fiume Trebbia - conclude Livio - fu un colpo così duro per Roma che nella città si temeva ormai il nemico muovere all'assalto dell'Urbe". Gli abitanti del luogo, o almeno la maggior parte di essi, dovettero accogliere la vittoria cartaginese con un certo sollievo. E tramandare di padre in figlio gli echi di quella memorabile battaglia.
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I preliminari della battaglia ci sono narrati da Tito Livio: "I due eserciti erano separati da un fiume le cui sponde, molto alte, erano coperte, come generalmente avviene nei luoghi incolti, da erbe palustri, cespugli e macchie (...).
