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Salice, la nota località termale nell’Oltrepò pavese, dovrebbe avere la stessa etimologia che ha l’omonima pianta, derivando entrambi dall’espressione celtica "sul-iis", cioè "vicino all’acqua"; infatti, si trova nei pressi delle note fonti, che furono valorizzate poi dai Romani.
Gli effetti terapeutici delle acque sulfuree e salso-bromo-jodiche presenti in abbondante misura nel sottosuolo dovevano essere noti anche in età preromana; in quei lontani tempi, simili benefici venivano attribuiti alle forze divine della natura, alle quali si usava consacrare il luogo. Nei tempi protostorici le principali strade attorno al Po, non potendo attraversarlo, correvano parallele al suo corso. Quella alla sua destra si chiamava Postumia e passava vicino ad un abitato, che poi i Romani chiamarono Litubium, ora Retorbido; nei suoi pressi c’è Salice. Qui sorge l'antica Fonte Salus, che risale al primo secolo a.C. In quell’epoca fu scavato il primo pozzo, profondo 18 metri, per utilizzare l'acqua salso-bromo-iodica a fini terapeutici. La leggenda narra che lo fece costruire Cesare di ritorno dalle Gallie. Ci sono prove archeologiche della presenza romana: a Salice furono rinvenute armi, fibule e altri reperti romani che testimoniano l'antichità della fonte. Abbiamo quindi una vasta documentazione d’età romana, così come non mancano reperti d’epoca molto più antica. La presenza celtica (età del ferro) costituisce, invece, l’anello mancante di una lunga tradizione documentata. Non dobbiamo stupirci: una civiltà dapprima dedita alla guerra, poi convertitasi all’agricoltura non lascia appariscenti tracce. Gli oggetti, che essi utilizzavano, non erano così massicci come quelli dei tempi precedenti. I manufatti in pietra levigata e quelli fusi in bronzo erano di spessore maggiore e hanno potuto resistere all’usura del tempo meglio di quelli di ferro. Vicino a Salice, nel comune di Rivanazzano, sono state trovate lame d’ascia, in pietra accuratamente levigata e si suppone addirittura la presenza di un laboratorio di fabbricazione, risalente all’età del bronzo. Al contrario, il ferro è maggiormente soggetto alla corrosione e più difficilmente si trovano pezzi ben conservati: anche per questo, poco o nulla è rimasto del periodo precedente l’arrivo dei Romani; i quali - invece - ci hanno lasciato pregevoli manufatti, in prossimità delle terme di Salice. Saremmo curiosi di sapere se si tratta di realizzazioni con finalità pratiche od estetiche, oppure se esse hanno lo scopo di ringraziare i numi, per il dono delle acque terapeutiche; ma per gli antichi, questa distinzione non aveva senso: religione, bellezza e criterio pratico erano una sola cosa. Rispettare una fonte, significava contemporaneamente: onorare dio, essere utili al prossimo e rendere l’ambiente più bello. La presenza celtica, almeno per ora, è scarsamente documentata ma dovrebbe aver caratterizzato un lungo periodo intermedio, tra l’età del bronzo e la fase storica. Per soddisfare la nostra curiosità abbiamo eseguito alcune ricognizioni nella zona, con sistematiche ricerche sulla superficie dei campi appena arati e tra i filari di vite, dopo la fresatura, cioè l’asportazione delle erbe infestanti. È stato possibile raccogliere frammenti d’argilla, sufficienti per assicurarci la continuità della frequentazione nei secoli protostorici. Le tecniche di decorazione della ceramica ci confermano un certo impegno estetico: semplice, ma coerente con una forma espressiva originale e fedele testimone dei tempi della loro realizzazione. Tuttavia, gli esperti che hanno supportato queste ricerche ci hanno fatto notare un indubitabile arretramento tecnologico avvenuto nei secoli dell’arrivo dei Galli, che costituirebbe una sorta di "medioevo". Risulta, infatti, che le ceramiche locali non sono state realizzate col supporto del tornio (cosa che avveniva anche in anche in epoche precedenti), ma sono state modellate a mano. Ne abbiamo preso atto, ma abbiamo verificato anche la buona fattura e lo stile tutt’altro che rozzo. C’è la sensazione che la rivoluzione culturale iniziata nel quarto secolo a.c. non sia stata affatto un imbarbarimento, ma solo un malagevole passo, indispensabile per uscire dalla preistoria. Pensiamo che Salice sia stata una radura presso una sacra fonte, connessa a qualche insediamento celtico, che forse potremmo ricercare nella località di Monte Sant'Ambrogio, tre chilometri ad est. Tra gli indizi: la sua posizione predominante ed il toponimo stesso, col nome di un santo abitualmente associato ai siti celtici. Salice è anche il nome di una pianta: per i Celti, gli alberi avevano speciali poteri magici e i sette principali alberi erano sacri. A ciascuno di essi corrispondeva un giorno della settimana ed una lettera dell’alfabeto. Stilizzando l’aspetto di ciascuna di queste piante, era possibile indicare alcuni fonemi e così nacque la scrittura ogamica. Ad esempio: il salice indicava la lettera "s". Questo alfabeto cominciò ad essere usato nelle iscrizioni pubbliche solo molto tardi, con il declino del druidismo; prima di allora era coperto da un rigoroso segreto. Erodoto narrava, nella sua "Storia di Roma", l’esistenza di un popolo stranamente più propenso di altri a non ammalarsi; tale popolo usava mangiare le foglie di salice. Ippocrate, considerato il padre della medicina, descrisse nel quinto secolo a.C. una polvere amara estratta dalla corteccia del salice che era utile per alleviare il dolore ed abbassare la febbre. Un rimedio simile è citato anche dai sumeri, dagli antichi egiziani e dagli assiri. La sostanza attiva dell'estratto di corteccia del salice bianco (Salix alba), chiamata salicina, fu isolata in cristalli nel 1828. Quando viene sciolta nell’acqua, produce l'acido salicilico. I suoi sali si chiamano salicilati: uno di questi, col nome di "aspirina" fu brevettato dalla Bayer nel 1899 ed è universalmente utilizzato per curare mal di testa, febbre, muscoli doloranti, reumatismi e brividi. Certamente i druidi celti, che ponevano tanta attenzione al mondo arboreo, erano al corrente delle proprietà di questa pianta, almeno quanto gli altri popoli antichi. E forse ancora di più. Anche il termine latino salix è un prestito celtico. I Celti ci insegnarono l’amore per le acque e il rispetto per le piante: il termine "Salice" ci ricorda che la salute può venire anche dall’acqua di una località e da una pianta, entrambe legate a questo nome.

È la più antica tra le fonti termali di Salice. La struttura copre un pozzo realizzato dagli "antichi romani" profondo circa 20 metri. È stato riscoperto nel 1849 dal dott. Ernesto Brugnatelli, che la trovò formata da oltre 400 travi di rovere "conteste con rara maestria e ingegnosamente imbricate". All’acqua della fonte Sales, ripetutamente utilizzata in secoli diversi, per ricavare il sale sono stati attribuiti poteri curativi eccezionali. La leggenda vuole che se ne avvalse Giulio Cesare, di ritorno da una spedizione nelle Gallie. È ricchissima di Jodio e Bromo; viene attualmente usata per cure inalatorie e ginecologiche.
Giorgio Fumagalli
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