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La porta d'uscita PDF Stampa E-mail
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Pubblicato da Laura Brignoli   
lunedì 27 marzo 2006

Sul muro, però, la via d'uscita appare: e a questo punto bisogna operare quel cortocircuito proibito che chiama in causa la persona dell'autore. Isabel Lanfranchi ha effettivamente visitato Birkenau ed è stata colpita da un graffito disegnato sul muro interno di una di queste baracche: l'immagine di un bimbo che un enorme ombrello riparava da una pioggia battente. Il disegno ha scosso l'animo della scrittrice, che l'ha portato in sé, l'ha maturato, fino a quando si è cristallizzato, all'interno del racconto, in un sogno:

ciò che vidi in sogno fu tanto realistico che potei vivere qualcosa, credendovi: al centro di un piccolissimo cortile, grondante di pioggia, s'inarcava un enorme ombrello che ondeggiava leggermente sotto un'aria sferzante. Tremando dal freddo, lo tratteneva a sé un bambino coperto di solitudine. […] Una pena straziante prese a rodermi il fegato quando, a squarciagola, il piccolo mi gridò di raggiungerlo, di prenderlo fra le braccia e di portarlo via con me, lontano da lì. Da qualsiasi altra parte. Lontano, addirittura in un altro mondo.

Quel graffito, inciso sulla parete, nel racconto si trasforma in sogno e fornisce quella via d'uscita che la protagonista cercava invano proprio sul muro. La fine del racconto è struggente come una resa di fronte alla potenza dell'amore. E in questo racconto dove l'amore coincide così perfettamente con la morte diventare madre è entrare in un altro mondo, un mondo dove l'amore salva, salva sempre.

L'ultimo racconto della trilogia di Isabel Lanfranchi è intitolato "Divieto di sorte" e il titolo è già indicativo di un destino spezzato, di un futuro negato. Questa volta i due protagonisti sono ospiti in una residenza estiva dotata di strutture mediche che permettono loro di affrontare i disagi dell'handicap. L'autrice racconta la storia di un innamoramento da parte di una ragazza, Lina, alla quale la famiglia e il personale della struttura negano questa possibilità, quasi che la malattia rinchiudesse in una prigione anche i sentimenti.

È un racconto delicato, tutto orchestrato sullo sbocciare di un sentimento che deve superare barriere insormontabili come "l'abbraccio a morsa" dei genitori di Lina, che nel tentativo di proteggerla la soffocano, la maligna ottusità di un'infermiera volgare e cattiva, o forse anche lo strano interesse di Ermanno, per il quale la paresi spastica di Lina è davvero un ostacolo insuperabile. E tale rimane anche quando, mentre accarezza Lina, tasta la presenza di qualcosa nel taschino della camicia, ed è la fotografia di "una giovane donna che sorrideva all'amore". Intuiamo che si tratta della fidanzata che aveva prima della malattia; tastare quella fotografia trasporta il suo pensiero altrove, basta poco per allontanarlo e Lina rimane sola. Un'immagine in bianco nero ruba l'amore a Lina, che pure ne ha scoperto per la prima volta la vivacità dei colori. Ciò che pare più interessante in questo racconto è la riflessione sull'identità della protagonista, riflessione a cui l'ha condotta la scoperta dell'amore: "Il cognome perdeva il vincolo ossidante col passato", la sua mancanza esprime la liberazione dalla famiglia perché è il cognome a definire l'appartenenza. Liberandosi da essa Lina si libera anche dai condizionamenti familiari imposti e quindi si afferma come inviduo al di là di ogni limitazione.
Questa scoperta mette ali ai suoi pensieri e tramuta il silenzio in parole che si condensano dapprima in un nome, poi nel racconto di sé di fronte a chi è disposto all'ascolto. Nelle fasi iniziali di una storia d'amore ci si racconta, ancora e ancora, e si ascolta altrettanto avidamente. Proprio su questo punto, che è un tratto universale, l'autrice ha saputo soffermarsi e con esso caratterizzare il suo personaggio e connotare questa storia. È sorprendente la chiarezza con cui Isabel Lanfranchi ha dato voce, nel raccontare questa storia d'amore, a un'idea che forse  appartiene a lei come scrittrice: le cose esistono solo dal momento in cui vengono formulate in parole. Ma questo silenzio che si fa parola, questa condensazione, questa materializzazione rimane per Lina sulla soglia dell'ineffabile. La sua malattia, che le crea difficoltà d'espressione, blocca le sue parole e finalmente riesce a scrivere solo col pensiero. Nelle parole che lei pensa alla fine del racconto si riassume tutto il significato della storia: la necessità di dar voce al suo amore, l'impossibilità di farlo che ne impedisce la realizzazione, ma, alla fine, il suo dispiegarsi interiore e la convinzione che l'amore corrisposto non ha bisogno di parole.



Ultimo aggiornamento ( mercoledì 29 marzo 2006 )
 
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