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Pagina 3 di 3 C'è un filo rosso che lega questi tre racconti, una costante che non è costituita dal tema esplicito della porta d'uscita, pur orchestrato consapevolmente e sapientemente dall'autrice. No, questo elemento caratterizzante pare essere piuttosto il contrario di una porta d'uscita, e più simile alla porta blindata di un caveau da cui nulla esce. Vediamo da quali tratti è composto: nel primo racconto l'amore è negato perché i due, fratello e sorella, portano lo stesso cognome; nel secondo, l'anonima protagonista, a cui non spetta neppure un nome, ritrova se stessa nella maternità, nella discendenza familiare; nel terzo viene tematizzato esplicitamente il peso del cognome, e dalla liberazione da esso scaturisce la possibilità dell'amore. Trasversalmente, il tema dell'identità e del suo rapporto con l'ascendenza familiare abita queste pagine e le unisce ancora più saldamente di quanto non faccia la ricerca della via di fuga. Questa è un esito. L'altra è un'origine. La notevole capacità inventiva che si manifesta in questi racconti è commisurata all'amore delle parole che traspare da ogni frase. In questo libro di poche pagine si avverte la profonda attenzione di Isabel Lanfranchi per il mezzo espressivo che usa. Basta leggere qualche sua frase per rendersi conto della soddisfazione che le danno le parole avvicinate l'una all'altra in modi spesso ricercati, dalla sintassi insolita, ricca, per esempio, di verbi intransitivi a cui fa seguito un complemento oggetto, come in questo esempio: "esse riuscivano a mentire il senso di qualsiasi bieco avvertimento, tramutandone la destinazione in obliqui rivoli salati". Nessun ricorso alla violenza verbale, bensì una prosa lontana anni luce da quei fraseggi intrisi di parole gergali messe lì come un elogio alla sfrontatezza volgare. Isabel Lanfranchi deve amare così tanto il suo mezzo espressivo da eccedere, talvolta, sconfinando nel lezio. Ma quando non arriva fino lì, ed è ciò che avviene più spesso, la sua prosa assume movenze di rara eleganza. Fornirò un solo esempio, l'incipit del secondo racconto, "Il privilegio": Di tutti i passi trascinati e spostati con forza, la terra non ha lasciato che il sospetto. Basta questa sola frase a catapultare il lettore all'interno di una realtà fatta di morte e sofferenza. A renderla più perspicua, il ritmo che riproduce la strofa iniziale di una poesia ungarettiana che ogni lettore italiano ha, a suo tempo, mandato a memoria: San Martino del Carso: "Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro"… Fra emozione e memoria si dipana la prosa di una scrittrice che traccia con il tratto della sua penna una promessa di intensità e bellezza. Laura Brignoli
Isabel Lanfranchi, La porta d'uscita, Guardamagna edizioni, 2004
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