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Pagina 1 di 3 Isabel Lanfranchi è una giovane scrittrice che comincia ad affacciarsi sul mondo delle lettere con talento e puntigliosità. Due i titoli finora pubblicati, Passaggio segreto, breve romanzo, e il più recente La porta d'uscita, una trilogia di racconti che riprende il tema del passaggio modulandolo su personaggi molto diversi fra loro.
Leggendo La Porta d'uscita si viene a contatto con una scrittura non contratta nella forma, piuttosto ricercata invece, protesa verso un'espressività che resta violenta e forte nei contenuti, pur essendo trattenuta nella scelta dei vocaboli. E questo dice molto: si parla infatti di amori insoliti, come dice l'autrice stessa nella quarta di copertina, amori difficile da dire, perché difficili da vivere. Il primo di questi racconti parla di un tabù come l'incesto tra fratello e sorella; nel secondo non si parla tanto d'amore quanto di violenza, di sopraffazione in un campo di concentramento; il terzo tratta della passione nascente fra due persone con problemi di handicap. Quando uno scrittore affronta certi temi, certi divieti sacrali, è importante che sappia dosare le parole: questi amori difficili vengono raccontati con un linguaggio che emoziona ma non infastidisce. C'è una delicatezza nella prosa di questa scrittrice, che le consente di avvicinarsi all'indicibile evitando sia la potenziale morbosità che può convogliare un tema come l'incesto, sia il rischio di pietismo che si sfiora ogni qualvolta si parla di handicap.
Per la prima volta Isabel Lanfranchi affronta un vissuto che non emerge dalla sua esperienza diretta, per la prima volta rinuncia a parlare di se stessa per cercare di entrare nel mondo interiore di altri, di dar voce a esperienze dolorose pur non provate sulla pelle. È qui che si misura il talento di uno scrittore, a mio avviso. In ogni libro c'è sempre una mescolanza più o meno sapiente di esperienze dirette, ma lo scrittore degno di questo nome riesce anche ad andare oltre ciò che ha sperimentato in prima persona e a farsi portavoce di immagini di vite altrui. Così ha fatto qui l'autrice. Il primo racconto, che porta lo stesso titolo dell'intera raccolta, è nato come un cortometraggio. Sfidata a produrre qualcosa su un tema spinoso come quello dell'incesto, Isabel Lanfranchi ha scritto un copione che, in seguito, ha preso maggiore respiro sviluppandosi in un racconto. Il cortometraggio è espressione di un'avanguardia cinematografica che affida al montaggio e all'immagine simbolica il senso della storia raccontata da una voce fuori campo. Siamo molto distanti dal film inteso come riproduzione della realtà, ma non è la cronologia della storia ad essere messa in discussione, piuttosto il modo di raccontarla. Viene privilegiata l'immagine, nuda ed espressiva in sé, che non traduce immediatamente ciò che dice la voce di sottofondo, ma si aggiunge ad essa: i due significati si sommano e dal loro risultato emerge il senso complessivo. Nel secondo racconto, intitolato "Il privilegio", la protagonista è deportata nel campo di concentramento di Birkenau, dove il suo essere donna diventa oggetto delle attenzioni violente e mortificanti di una guardia. Lei non ha nome, neppure la guardia ne ha uno, e sono gli unici personaggi anonimi della trilogia. In tutto questo racconto solo un nome proprio, Birkenau, riassume in sé l'amara dicotomia nella quale si polarizza ogni segregazione razziale: il dolore e la crudeltà, la nudità e la divisa, la morte subita e la morte inflitta. L'esperienza dolorosa della violenza carnale si aggiunge al trauma della deportazione, lo aggrava fino all'ottundimento. Ombra di se stessa, la protagonista sembra cercare sui muri una via d'uscita, si aggrappa, li graffia, riuscendo solo a compiere il gesto infinitamente risibile di rompersi un'unghia... La patina superficiale della femminilità si affaccia nella descrizione di questo gesto, ma si infrange contro la drammatica realtà del lager, che annulla l'essere donna più ancora di quanto non cancelli la frivolezza intravista ormai solo come il miraggio della normalità perduta. La constatazione della gravidanza generata da quella violenza sembra far sprofondare ancora di più l'anonima figura nel baratro di se stessa, nullità dell'esistere.
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