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Pubblicato da Laura Brignoli
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lunedì 29 ottobre 2007 |
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I genitori si arrabbiavano quando venivano a conoscenza di quelle visite, e la loro angoscia scaturiva da un misto di inquietudine per i pericoli oggettivi offerti dalle mura rovinose e per il terrore immotivato che apparteneva ormai solo agli archetipi dell'immaginario contadino. Se da tanto tempo nessuno aveva visto più le flebili luci che filtravano dalle feritoie di quella torre abbandonata certo priva di corrente elettrica, né i rombi di tuono che sembravano uscire da lì quando faceva temporale, la memoria ne era rimasta, e tanto bastava a riempire di diffidenza coloro per cui la spensieratezza giovanile era solo una forma di incoscienza. Poi un giorno accadde quello che doveva succedere da tanto tempo. L'aria carica di elettricità manteneva il paese sospeso nell'attesa di qualcosa di indefinito: i negozianti chiusero precocemente le botteghe e affrettavano il passo verso casa, presi da un nervosismo strano, privo di logica, eppure così inevitabile. I falegnami, i fabbri, i ciabattini si fermavano periodicamente tendendo l'orecchio verso rumori inusuali, ai quali non sapevano attribuire una causa plausibile. Il paese era immobile, quasi come se trattenesse il respiro, neppure un'automobile rompeva quel silenzio d'attesa, cosa assai strana a pensarci bene. Per primo se ne accorse un ragazzino seguendo lo sguardo immobile del suo fratellino, incantato da quello strano fenomeno. L’attenzione del bimbo si tramutò in meraviglia negli occhi del ragazzino più grande, poi nello stupore dei primi visi rivolti all’insù e infine nel terrore di coloro che sapevano: la torre della prigione era avvolta da una nuvola nera, quale non si era mai vista. Il ricordo del nome col quale era chiamata la prigione - la torre delle streghe - affiorò contemporaneamente alla coscienza di tutti. Ma non tutti sapevano perché fosse chiamata così.
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