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Pagina 1 di 2 La civiltà celtica dovette inevitabilmente scontrarsi con l'espansione di Roma. Dopo più di un secolo di guerre con alterne fortune, le legioni della potenza capitolina ebbero la meglio e, dopo la vittoria di Klastidion (Casteggio) nel 225 a.C., passarono per la prima volta il Po. Risultato di questa battaglia fu la presa, nel 222 a. C., della capitale gallica Mediolaanon (Milano), che venne saccheggiata e semidistrutta dall'esercito occupante.
Solo quattro anni dopo, l'arrivo in Gallia Cisalpina del cartaginese Annibale diede una pronta occasione di rivincita ai Celti. Dopo aver varcato le Alpi con i suoi elefanti (impresa che a quei tempi aveva decisamente del clamoroso), avanzò verso Mortara; da queste parti si congiunse con i Galli Insubri (abitanti del Milanese, che 4 anni prima avevano subito la sconfitta ed il massacro indiscriminato da parte delle legioni romane) e ingrossò il suo esercito. A questi, si aggiunsero altre popolazioni celtiche e celto-liguri della zona, oltre che un gran numero di ausiliari gallici che si erano arruolati, per varie ragioni, nelle legioni romane. Nel 218, presso il fiume Trebbia, l'esercito di coalizione guidato da Annibale e le truppe di Roma si trovarono fianco a fianco. I preliminari della battaglia ci sono narrati da Tito Livio: "I due eserciti erano separati da un fiume le cui sponde, molto alte, erano coperte, come generalmente avviene nei luoghi incolti, da erbe palustri, cespugli e macchie (...). Annibale, allo spuntare del giorno, ordina ai cavalieri numidi di non oltrepassare il Trebbia, di spingersi fino agli accampamenti romani, di lanciare una scarica di giavellotti per provocarli, vedendosi colpiti nelle loro postazioni, ed indurli al combattimento; poi, una volta iniziato il confronto, di indietreggiare un pò per volta e così attirare il nemico al di là del fiume. Tali furono le disposizioni impartite ai Numidi. Ai capi degli altri reparti egli ordinò di far rifocillare i soldati, far loro indossare le armi e, dopo avere sellato i cavalli, attendere il segnale. Al primo allarme provocato dai Numidi, Sempronio, che da quando aveva maturato i propri convincimenti ardeva dal desiderio di combattere, fece prima schierare tutta la cavalleria, oggetto del suo orgoglio, poi 6000 fanti ed infine tutto il rimanente del suo esercito. Quel giorno il tempo era nebbioso e cadeva la neve, come capita spesso nelle zone che si trovano situate tra le Alpi e gli Appennini, che la vicinanza dei fiumi rende molto fredde ed umide".
Con l'apporto dei molti Galli arruolatisi nell'esercito di Annibale, il divario numerico tra Cartaginesi e Romani si ridusse notevolmente, anche se la quantità dei soldati di Roma in campo era ancora predominante. Nonostante ciò, sul Trebbia vinse Annibale, che colse un'affermazione strategica. Cadute nella trappola tesa loro dai Numidi, le legioni inseguitrici furono di colpo attaccate: gli stessi Numidi, repentinamente, passarono dalla fuga all'offensiva, sorprendendo i nemici. Furono poi le truppe leggere dei Baleari a dare il colpo di grazia alla cavalleria romana; in questo furono aiutate non poco dagli elefanti, che, con le parole di Livio, "impaurivano i cavalli sia per il loro aspetto sia per il particolare odore che emanano, e li mettevano in fuga". Anche la fanteria fu sovrastata: "I Cartaginesi combattevano dopo essersi riposati e nutriti; i Romani invece erano a stomaco vuoto, indeboliti e con le membra intirizzite". Lanciatisi poi sulla retroguardia, gli uomini di Annibale colsero la vittoria finale. Per salvare le proprie vite, i soldati romani dovettero ritirarsi verso Piacenza o Cremona, approfittando del fatto che i Cartaginesi avevano rinunciato all'inseguimento. "La disfatta patita sul fiume Trebbia - conclude Livio - fu un colpo così duro per Roma che nella città si temeva ormai il nemico muovere all'assalto dell'Urbe". Gli abitanti del luogo, o almeno la maggior parte di essi, dovettero accogliere la vittoria cartaginese con un certo sollievo. E tramandare di padre in figlio gli echi di quella memorabile battaglia.
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