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Resistenza - Il vuoto di potere del '43: la prima formazione di una coscienza politica PDF Stampa E-mail
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Pubblicato da Carlo Marenzi   
giovedì 23 febbraio 2006

Tutti i comuni della nostra valle sono stati interessati dalla Resistenza.

Non è però facile dire quali fossero le sue radici, e se ve ne fossero, in un territorio che non aveva ancora una tradizione antifascista e che, come un po' tutte le zone italiane dedite prevalentemente all'agricoltura ed al piccolo commercio connesso ai prodotti della terra ed al bestiame, amava piuttosto la vita quieta, desiderava l'ordine, riteneva una perdita di tempo ed un lusso occuparsi della politica.

Il regime fascista controllava senza troppe difficoltà questa popolazione, lasciando che si rompesse la schiena dal mattino alla sera nei campi, ricattandone il consenso quando, ad esempio, venivano le campagne dei "risi" e del "pai" e per andare a guadagnare un po' di soldi ed un sacco di riso nella "Bassa" occorreva avere la tessera.

Ogni capacità critica veniva oscurata con i pur modesti mezzi di informazione, tramite la propaganda grossolana ed arraffona dei podestà e dei segretari politici e le radio dei dopolavoro o delle case più agiate, che davano grosso spicco ai discorsi del Duce ed all'esaltazione delle sue "gesta".

ImageNon bisogna dunque stupirsi se i fatti che seguirono l'arresto di Mussolini, fino alla rotta del nostro esercito, produssero sgomento, incertezza e paura, piuttosto che giubilo. Per questa gente era l'avvento di quel disordine sempre temuto; era il vuoto di un potere che garantiva una vita senza scosse, benché durissima; era il tradimento di "tutti quelli che comandano": anche il Re e Badoglio avevano abbandonato Roma e gli Italiani alla loro sorte per mettersi al sicuro a Brindisi, protetti dagli Anglo-Americani che stavano preparando nel basso Sud la difficile opera di risalita dell'Italia.

A peggiorare il clima di sfiducia nel potere tradizionale, arrivarono i militari del disciolto esercito, quelli che fortunatamente erano riusciti a scampare alle retate dei Tedeschi, loro ex commilitoni, a non essere catturati e spediti nei lager lontani della Germania sui carri bestiame.

I reduci di questa disastrosa guerra erano ben lontani dalle immagini degli eroi coperti di gloria, promessi dalle autorità del fascismo: sporchi, malvestiti, esausti per il lungo ed avventuroso cammino, sempre minacciato dai posi di blocco tedeschi, raccontavano ai loro cari gli stenti e le miserie della guerra, svelavano il deludente retroscena del mito dell'"Italia forte"; rivelavano l'amara realtà di quell'inganno consumato sulle loro teste.

La guerra era finita davvero e non avrebbe più avuto senso combattere ora che mancavano precisi obiettivi, ora che i nazisti erano diventati i padroni ed avrebbero voluto scatenare un conflitto civile fra gli Italiani.

Era forte, in quel momento, il desiderio da parte di tutti di dimenticare e ricominciare di nuovo la vita di un tempo, di ritornare a seminare i campi, ad allevare le bestie, a portare la frutta sui mercati. Ma la realtà storica non avrebbe permesso questo colpo di spugna.

Il Nord Italia era saldamente in mano ai Tedeschi che, liberato Mussolini, lo avrebbero costretto a creare uno stato-fantoccio, la Repubblica Sociale di Salò (R.S.I.), con il compito di dirigere la vita politica delle città e dei comuni attraverso un accurato servizio di amministrazione e di polizia da realizzarsi attraverso un esercito nuovo in via di reclutamento.

Quando i bandi per la formazione di questo esercito vennero resi pubblici, reduci e giovani interessati alla chiamata capirono che il loro sogno di tranquillità era seriamente minacciato: si prepararono allora i nascondigli più impensabili, buche sotto le letamine o le cataste di legna, rifugi nei solai e nei fienili, grotte nei boschi più vicini e facilmente raggiungibili.

 

BIBLIOGRAFIA


Paesi e gente di quassù
© Centro Culturale "Nuova Presenza" - Varzi 1979

 

FOTOTECA


Il comitato di liberazione, © Draghi Francesco

 

Ultimo aggiornamento ( venerdì 24 febbraio 2006 )
 
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