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Resistenza - L'organizzazione delle bande dei "ribelli" PDF Stampa E-mail
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Pubblicato da Carlo Marenzi   
giovedì 23 febbraio 2006

In una circostanza così complessa ed incerta si cominciò a guardare con qualche interesse a quelle formazioni irregolari che, nate all'indomani dell'8 settembre dall'unione di numerosi perseguitati politici del regime fuggiti dalle città assieme gli ufficiali ed i soldati del disciolto esercito, avevano trovato rifugio e scampo nei boschi dei nostri monti.

Queste bande di "ribelli" erano inizialmente indipendenti ed autonome: quasi tutte coltivavano la grossa speranza, o meglio, l'illusione, che gli Alleati che stavano combattendo nel Sud sarebbero arrivati in un batter d'occhio anche nel Nord, e tutto sarebbe finito.

Una banda come quella del Greco (così chiamata per la nazionalità del suo capo, Andrea Spanojannis, che teneva insieme con la forza del suo prestigio, oltre a reduci italiani, anche russi, greci, sudafricani ed aveva la sua roccaforte a Tana di Pecorara, in quel di Romagnese, operando nei territori che di lì, attraverso la Val Tidone, vanno fino alla vie Emilia, importantissima arteria dei collegamenti e vettovagliamenti nazi-fascisti) fu, ad esempio, sempre fonte di gravi problemi per il movimento della Resistenza nella nostra zona, a causa dei suoi colpi di mano piuttosto avventurosi e poco ponderati.

La banda del Greco appena ricordata era, naturalmente, un'eccezione - ed eccezioni ve ne furono, purtoppo, anche di seguito persino fra i componenti delle formazioni che si fecero molto onore (si ricordi, ad esempio, il massacro di quasi un'intera famiglia di S. Pietro Casasco ad opera di sedicenti partigiani; massacro, peraltro regolarmente punito da una sentenza di un tribunale di guerra che ebbe poi l'avallo, in tempo di pace, da un tribunale regolare) - tra tanta buona volontà e spirito di abnegazione e sacrificio che, pur negli innegabili limiti della condizione umana e degli errori ad essa connaturati, vanno riconosciuti anche alle prime formazioni partigiane della nostra comunità.

 Tra queste occorre ricordare quella della Primula Rossa (Angelo Ansaldi, un manovale di Varzi, figura indubbiamente interessante per il suo spirito innato di garibaldinismo e per la sua coscienza antifascista che si esplicava nell'odio verso i ricchi ed il potere e nello spirito di premurosa protezione verso le popolazioni rurali più perseguitate ed umiliate dai fascisti) che operava prevalentemente nel settore di Cella, Monteforte e Varzi e che, per lungo tempo, avrebbe difeso l'autonomia del suo gruppo e ne avrebbe rifiutato l'inquadratura partitica.

Nella zona bassa della Valle Stàffora, nei dintorni di S. Ponzo, c'era il gruppo "Staffora" di Alberto Piumati, mentre nella zona di S. Albano e nella Val Ardivesta operava il gruppo di Tino (Tino Schiavi) ed Elmo (Gregorio Fracchia) e in quella dell'alta Val Tidone, a Pometo e Ruino, quello di Tiziano Marchesi, detto Tundra.

L'organizzazione e l'inquadramento di queste formazioni partigiane che, come diceva il foglio comunista "La nostra lotta" dell'ottobre 1943, "sono nate come reazione spontanea del popolo e della parte migliore dell'esercito", aumentò la loro credibilità, così che esse diventarono il naturale punto di riferimento per tutti coloro che non se la sentirono di diventare i soldati della R.S.I. e di combattere per i Tedeschi.

Lì vicino, nei boschi intorno ai loro paesi, c'erano i partigiani: andando con loro si era più liberi, si stava vicino a casa e, ogni tanto, si poteva anche andare a dormire nel proprio letto, oppure dare un'occhiata alle bestie ed ai campi.

A partire dalla primavera del '44, cioè dal momento in cui le minacce verso coloro che rifiutarono di arruolarsi si tradussero in triste realizzazione e la famigerata Sicherheit di Voghera iniziò ad attuare sconvolgenti persecuzioni, la resistenza armata cominciò a presentarsi agli occhi dei nostri contadini e di tutta la gente, anche della più tranquilla, come l'unica cocreta possibilità di non lasciarsi portar via i figli e di difendere le proprie case, insieme al bestiame ed ai raccolti, presi di mira con frequenza sempre crescente dai vandalismi dei repubblichini.

Se si considera il clima di soprusi e di intimidazione creato dai nuovi fascisti, si capisce anche perché l'iniziale diffidenza verso quelle bande di uomini malvestiti e dalle barbe incolte, che sembravano vivere come dei briganti, divenne poi favore, simpatia, affetto e non si negò mai ad un partigiano un letto per riposare, un pasto caldo, una coperta o un paio di scarpe, benché corressero tempi di miseria e di sofferenza.

"Vennero a portarci via alcuni giovani del paese, approfittando della notte e del tradimento" - racconta un vecchio di Rossone, con gli occhi lucidi di lacrime -, "li portarono a Varzi e gli misero addosso i panni della milizia. Poi, quando qualcuno riuscì a scappare, ritornarono a Rossone. Avevamo appena incascinato il grano e il 'fugòn' non veniva mai a trebbiarlo: lo avremmo subito macinato per le nostre necessità e il resto l'avremmo venduto perché, specie quell'anno, il grano era la nostra vita. Ma quelli vennero su di un camion (erano una quindicina armati fino ai denti, e c'erano anche delle donne), passarono sulla strada principale dove s'affacciavano quasi tutti i cascinali e vi appiccarono il fuoco: spararono su chi cercava disperatamente di salvare il suo grano. Io ero sulla collina ad arare coi buoi e vidi tredici cascine andare in fiamme: tredici famiglie che avrebbero fatto la fame. Allora capii che andare partigiano e fare la guerra a chi non aveva rispetto neppure del grano, non era poi tanto sbagliato".

Qualche settimana dopo quei roghi, nella battaglia per la presa del castello di Pietragavina, furono parecchi i contadini di Rossone a dar manforte ai partigiani con gli attrezzi più rudimentali del loro lavoro.

 

BIBLIOGRAFIA


Paesi e gente di quassù
© Centro Culturale "Nuova Presenza" - Varzi 1979


Ultimo aggiornamento ( venerdì 24 febbraio 2006 )
 
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